Ottalogo della quaresima: per una vita pasquale

OTTALOGO DELLA QUARESIMA:

per una vita pasquale

stili di vita pasquale

  1. MENO COSE E PIÙ INCONTRI. Individua le occasioni della giornata dove sprechi il tuo tempo investendolo in attività non essenziali e utilizza le ore così guadagnate creando occasioni di incontro con altre persone nei luoghi che frequenti: vicini di casa, persone della tua parrocchia, colleghi di lavoro, altre mamme e papà della scuola dei tuoi figli, amici che non senti da un po’, Dio stesso nella preghiera. Dove e come sprechi il tuo tempo? Prova a pensarci su: televisione, chat su cellulare e pc, giochi elettronici, internet…

  2. MENO COMUNICAZIONE MEDIATICA E PIÙ RELAZIONE INTERPERSONALE. Spegni la tv durante i pasti, invia meno sms e usa meno i social network. Lo scopo? Accendere le relazioni umane che sono l’ossigeno della vita; magari organizzando un incontro con le stesse persone con cui scambi messaggi.

  3. MENO PREGHIERE E PIÙ PREGHIERA. Usa meno formule di preghiere – che rischiano di riprodurre la dimensione della fretta e del consumismo anche nella tuo vita spirituale – e fai più “preghiera”. Un incontro a tu per tu con il Signore è più forte e più caldo se valorizzi la dimensione del silenzio. Per far questo, perché non sosti qualche minuto pronunciando lentamente, in un colloquio intimo e filiale, la preghiera del Padre nostro?

  4. MENO SE STESSI E PIÙ GLI ALTRI: Preoccupati meno di te stesso, cioè delle tue esigenze, e fatti prossimo del tuo familiare, del tuo vicino di casa, del diverso che incroci ogni giorno per strada e, magari, dell’immigrato che incontri sulle piazze. Farti prossimo agli altri ti fa stare meglio, perché risponde a un’intima esigenza esistenziale dell’essere umano.

  5. MENO SUPERFLUO E PIÙ COSE ESSENZIALI: E’ un ottimo esercizio quaresimale: liberarti di tutto ciò che è inutile scegliendo di tenere, invece, quello che è essenziale. Quanto tempo ti assorbono, infatti, i tanti oggetti che hai per casa e che non usi mai o quasi? Scarpe, vestiti, libri, giochi, stoviglie, oggetti elettronici… Spendere del tempo per liberartene può essere un fioretto che alla lunga, ti renda in termini di minori preoccupazioni e di più tempo da dedicare alla preghiera, a te stesso e agli altri.

  6. MENO RUMORE E PIÙ SILENZIO: Quando puoi, stacca la spina dalle tante incombenze e preoccupazioni quotidiane, per riscoprire la dimensione del silenzio come profondità della relazione con gli altri e con Dio. Per fare cosa? Una bella passeggiata nella natura o ai giardini, un po’ di sana fatica nell’orto, un salutare giro in bici da solo o in compagnia. Respirare aria pulita, contemplare la natura, sentire i rumori della campagna aiuta a scaricare le tensioni. Per molti, la sera è il momento più propizio per fare silenzio. Stacca la tv e dedicati, da solo o in compagnia, a leggere un buon libro, a pregare, a stare semplicemente in silenzio.

  7. MENO SPRECHI E PIÙ CONDIVISIONE: Se la crisi sta giocoforza aiutando tutti a ridurre gli sprechi, molto puoi ancora fare per assumere un atteggiamento più in sintonia con il Creato e con la dimensione contemplativa che ne consegue. Pensa a quanto cibo butti via, a quanta acqua, lavandoti, lasci scorrere inutilmente, alle luci che lasci accese… Ti aiuta in questo il condividere le tue cose con gli altri per non moltiplicare gli sprechi.

  8. VIVERE IN MODO DIVERSO LA DOMENICA: Il digiuno dalla spesa domenicale e dallo shopping festivo, è un piccolo fioretto che può aiutarti a trovare nelle cose più essenziali quella gioia che ti illudi di trovare al centro commerciale. Se ti organizzi durante la settimana per fare la spesa, il tempo domenicale puoi investirlo innanzitutto in un sano ( e doveroso) riposo fisico e mentale. Tutto tempo guadagnato anche per le tue relazioni umane: con i famigliari, gli amici, i conoscenti, le persone della tua comunità parrocchiale, gli anziani…E, ultimo ma certo non meno importante, avresti anche più tempo, oltre che per andare a Messa, anche per soffermarti in preghiera e meditazione.

Adriano Sella

(missionario e discepolo dei nuovi stili di vita)

Rivista Credere

N.B. pubblicato sulla rivista “CREDERE”, N° 13 – 30 Marzo 2014

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Natale: Dio con noi con il volto della Crisi

giovane veros DioNatale: Il Dio con noi col volto della Crisi.mano di Dio

Da anni si parla della crisi che è ancora in atto. Una crisi che preoccupa tutti e che ha suscitato varie e differenti reazioni, ma sopratutto tante preoccupazioni e paure fino alla scelta più estrema del suicidio. Una crisi che viene vista male da molti e vissuta con sofferenza, o addirittura come un dramma. I mass media la presentano troppo spesso, o quasi sempre, con questo volto traumatico.

Vorrei leggere questa crisi più in profondità con la luce del Natale, facendo miei gli occhi di Dio che sa scrivere il bene anche sulle righe storte, senza rimanere ad un livello di pelle o di pancia ma cogliendo anche i vari e tanti segnali positivi di questa crisi.

La parola crisi secondo la sua etimologia significa un momento di riflessione e di discernimento per un miglioramento, o addirittura per una rinascita o un rifiorire. E quindi, la crisi può diventare anche un’opportunità di cambiamento della vita per un di più. Infatti, quante crisi personali sono diventate salutari perché hanno aiutato a maturare e a capire l’essenziale della vita.

Questa crisi, che è in atto da anni, va osservata e colta anche dai suoi risvolti positivi che non sono pochi, i quali stanno promuovendo dei cambiamenti a vari livelli per una vita sobria, essenziale e di qualità.

Dobbiamo ammetterlo: eravamo arrivati a tenori di vita e livelli di consumi non più sostenibili, non solo dal punto di vita ecologico a causa del loro forte impatto ambientale, ma anche dal punto di vita umano per il grave impoverimento relazionale e la riduzione della persona ad un tubo digerente per poter sostenere l’altissimo livello di consumismo, ma anche sociale per l’aumento molto preoccupante della corruzione e della violenza a causa del primato del denaro. Diversi avevano percepito che non si poteva più continuare così e che bisognava cambiare questo modello di sviluppo, mediante il nuovo paradigma del ben vivere che si basa sulla qualità della vita e non più sulla quantità di ricchezza economica, superando l’unico indicatore di benessere che ha dominato i popoli in questi anni, chiamato P.I.L.

La crisi sta diventando un volano nel percepire questa verità e nel contagiare le persone a cambiare stili di vita. È proprio vero: se non si cambia per virtù, si dovrà cambiare per necessità.

Le riflessioni e i cambiamenti provocati dalla crisi sono molti. Ne raccolgo solamente alcuni per dare visibilità a questo volto positivo della crisi:

  • La vendita delle biciclette ha superato quella delle automobili, costringendoci a far nostra la mobilità sostenibile a causa del caro benzina. Come pure è aumentata in questi ultimi anni la vendita di biglietti e abbonamenti dell’autobus e del metrò, perché la gente lascia a casa l’automobile e usa di più i mezzi pubblici.

  • Lo spreco a vari livelli sta diminuendo molto perché la gente è sempre più attenta a non gettare via subito le cose. Anche nei cassonetti dell’umido c’è molto meno cibo sprecato. I risparmi stanno aumentando sempre più a vari livelli: nel campo energetico, dell’acqua, dell’uso delle cose.

  • Le varie erre (recuperare, riutilizzare, rivalorizzare, riparare…) stanno diventando sempre più percorsi quotidiani delle persone, superando la cultura dell’usa e getta e cominciando a usare meglio le cose. Infatti, stanno aumentando sempre più i mercatini e i negozi dell’usato, dove si riutilizzano gli oggetti e i vestiti.

  • Nel campo dei consumi c’è sempre più attenzione e sobrietà, cercando di comprare quello che è necessario e utile, riducendo il superfluo.

  • I consumatori si stanno organizzando insieme con creatività per poter comprare direttamente dai produttori, spendendo meno e acquistando prodotti di qualità garantiti dall’alleanza con i produttori. Si chiama filiera corta che è promossa dai gruppi di acquisto solidale in continua espansione in tutta l’Italia.

  • Nel campo lavorativo, dove la crisi fa soffrire di più a causa di mancanza di lavoro, è nata la disoccupazione creativa ossia persone che riescono ad inventare nuovi lavori, generalmente lavori socialmente utili, oppure organizzare forme lavorative nuove, facendo crescere l’esperienza delle imprese etiche. L’agricoltura è quella che sta occupando molti lavoratori, soprattutto giovani, che riprendono il contatto con la terra. Si stanno recuperando vari lavori artigianali nel campo del recupero e della riparazione degli oggetti: calzolai, sarti…

  • Diverse famiglie che vivono nei condomini si stanno organizzando e riescono a realizzare i condomini solidali, per poter recuperare la solidarietà del vicinato e condividere saperi e scambiarsi servirsi, superando il pericolo della solitudine e trasformando il condominio da trincea per poter difendersi dai vicini di casa ad una dimora di convivenza positiva.

  • Persone che escono dal proprio isolamento creato dalla sicurezza economica per poter incontrare gli altri, riscoprendo la bellezza della solidarietà e dell’affrontare i problemi della vita insieme e non più da soli.

  • Cittadini che fanno esperienza come il cooperare è molto più vantaggioso che il competere, anche a livello economico, percependo la ricchezza del condividere e superando la freddezza dell’eliminare il nemico.

  • La crescita della coscienza, da parte di varie persone, che la felicità della vita non sta nell’accumulazione di tante cose ma nella qualità della vita mediante i beni relazionali, riscoprendo che le cose sono solamente utili mentre l’essenziale sta nelle relazioni umane, arrivando finalmente alla scelta di uscire dalla solitudine per poter incontrare l’altro.

Potrei continuare a lungo nel raccontare tanti aspetti positivi della crisi. Allora, possiamo affermare che siamo di fronte non a dei dolori di aborto, dove tutto sembra morire, ma a dei dolori di parto dove una nuova vita sta per venire al mondo generando gioia.

Il Natale ci parla di un Dio con noi, l’Emmanuele, nato a Betlemme e fattosi carne in Gesù di Nazaret. Un Dio che venendo in mezzo a noi ha generato un profondo ed energico cambiamento della storia dell’umanità per un futuro davvero migliore e ricco dell’amore di Dio.

La crisi in atto, come abbiamo tentato di far cogliere, sta provocando il cambiamento della nostra storia. E allora, non potrebbe essere un segno dei tempi, come sottolineava il Concilio Vaticano II, dove Dio esprime la sua azione benefica?

Dio continua a venire in mezzo a noi perché è un Dio a km 0 e quest’anno potrebbe manifestarsi col volto della crisi. Un Dio che è davvero Padre e Madre. Il Dio di Gesù bambino, come migliore compagno di viaggio, ci vuole condurre a riscoprire sempre meglio l’essenziale della vita, senza perderci più nell’illusione del possedere, ma aprendoci alla bellezza della condivisione e della logica del dono come principali fautori di una vita ricca di amore.

Accogliamo, quindi, il Dio con noi con questo volto della Crisi, per poter cambiare la nostra vita e renderla sempre più ricca dell’umanità del Dio bambino!

Padova 20 dicembre 2013

Adriano Sella

  

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La contemplazione di Dio

giovane pensieroso

La Contemplazione di Dio

Dal trattato «La contemplazione di Dio» di Guglielmo, abate di Saint-Thierry
(9-11; SC 61, 90-96)

Per primo il Signore ci ha amati

Tu solo sei veramente il Signore: il tuo dominio su di noi è la nostra salvezza e il servire a te significa per noi essere da te salvati.

E qual è la tua salvezza o Signore, al quale appartiene la salvezza e la benedizione sul tuo popolo, se non ottenere da te di amarti ed essere da te amati? Perciò, Signore, hai voluto che il figlio della tua destra e l’uomo che per te hai reso forte, fosse chiamato Gesù, cioè Salvatore, infatti è lui che «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21) e «in nessun altro c’è salvezza» (At 4,12). Egli ci ha insegnato ad amarlo, quando per primo ci ha amati fino alla morte di croce, incitandoci con l’amore e la predilezione ad amare lui, che per primo ci ha amati sino alla fine.

Proprio così: ci hai amati per primo, perché noi ti amassimo; non che tu avessi bisogno del nostro amore, ma perché noi non potevamo essere ciò per cui ci hai creati se non amandoti.

Per questo «aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1), del tuo Verbo, dal quale «furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 32,6). Il tuo parlare per mezzo del Figlio altro non fu che porre alla luce del sole, ossia manifestare chiaramente quanto e come ci hai amati, tu che non, hai risparmiato il tuo Figlio, ma lo hai dato per tutti noi, ed egli pure ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr. Rm 8,32.37).

Questa è la tua Parola per noi, Signore, questo il tuo Verbo onnipotente, che mentre un profondo silenzio, cioè un’aberrazione profonda, avvolgeva tutte le cose, dal trono regale si lanciò, inflessibile oppugnatore degli errori, dolce fautore dell’amore.

E quanto egli operò, quanto disse sulla terra, fino agli insulti, fino agli sputi e agli schiaffi, fino alla croce e al sepolcro, altro non fu che il tuo parlare a noi per mezzo del Figlio: incitamento e stimolo del tuo amore al nostro amore per te. Tu sapevi infatti, o Dio creatore delle anime, che quest’amore non poteva essere imposto alle anime dei figli degli uomini, ma bisognava semplicemente stimolarlo. E sapevi pure che dove c’è costrizione, non c’è più libertà; e dove non c’è libertà, non c’è nemmeno giustizia.

Hai voluto dunque che ti amassimo noi che non potevamo nemmeno essere salvati con giustizia, se non ti avessimo amato, né potevamo amarti, se non ne avessimo avuto il dono da te. Veramente, Signore, come dice l’Apostolo del tuo amore e noi stessi abbiamo già detto, tu per primo ci hai amati e per primo tu ami tutti coloro che ti amano.

Ma noi ti amiamo con l’affetto d’amore che tu ci hai infuso. Il tuo amore invece è la tua stessa bontà, o sommamente buono e sommo bene; è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio; quegli che dall’inizio della creazione aleggia sulle acque, ossia sulle menti fluttuanti dei figli degli uomini, donandosi a tutti, tutto a sé attirando, ispirando, favorendo, allontanando ciò che è nocivo, provvedendo ciò che è utile, unendo Dio a noi e noi a Dio.

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“Dio Crea, il Diavolo Brucia”

Dio Crea, il Diavolo Brucia”

La persona umana ricicla, riutilizza e trasforma,mentre l’essere diabolico fa tanti rifiuti per bruciarli o seppellirli nel cuore della terra.

Dio Crea, il diavolo brucia” utilizzo questa metafora del noto professore di biochimica, Paul Connet, per introdurci nel grave problema, definita anche questione ecologica, che deve chiamare la nostra attenzione e soprattutto coinvolgerci in maniera urgente per un cambiamento di rotta, se vogliamo dare un futuro di vita alla terra come habitat umano e alle generazioni future.

Ci troviamo oggi di fronte ad un bivio:

  • custodire questo nostro mondo e tutto l’universo che sono di una bellezza straordinaria, prenderci cura della terra che è madre, avere un rapporto di empatia e sinergia con i popoli e tutti gli esseri viventi. Tutto ci parla e ci manifesta quanto è grande l’amore di Dio nei confronti dell’umanità, offrendoci un Creato che è davvero un dono e che si prende cura di tutti i figli e figlie di Dio, come pure di tutte le altre creature. Il libro della genesi ci chiama a custodirlo e a coltivarlo come un grande dono di Dio e un bene comune;

  • oppure continuare ad inquinare questo pianeta terra e a mercificare ogni bene naturale per poter trarre maggior profitto a servizio del dio denaro (mammona). La comunità scientifica continua ad elaborare rapporti sui cambiamenti climatici che sono inquietanti, facendo emergere che ormai siamo noi umani la prima minaccia contra il pianeta terra, a causa di un impatto devastante e di una impronta depredante nei confronti del pianeta terra. I dati del Global Footprint Network (un centro di ricerca internazionale sulla sostenibilità) ci hanno rivelato che il 20 agosto del 2013 è accaduto L’Earth Overshoot Day (il giorno del superamento), dimostrando che in otto mesi, abbiamo consumato tutta la quantità di prodotti naturali che il pianeta terra ci mette a disposizione per un anno. È la data in cui la nostra impronta ecologica supera la capacità di rigenerazione del pianeta,dopo il 20 agosto l’umanità è costretta a vivere in una situazione di sfruttamento e di depredazione di madre terra. 

Di fronte a questo bivio, quale strada vogliamo intraprendere? Non possiamo rimanere neutri e neppure restare fermi, perché sono i nostri modi di vivere e di agire che ci conducono da una parte oppure dall’altra.

Vogliamo agire da figli e figlie di Dio che s’impegnano a custodire la creazione di Dio e a renderla ancora più bella? Oppure svendere il Creato come una merce mettendolo nelle mani di questo mercato, dominato sempre più dalla finanza speculativa, che lo sfrutta e imbruttisce fino al punto di lasciare solamente morte per tutti?

Se intraprendiamo la prima strada, allora dobbiamo cambiare i nostri stili di vita. Fare come Dio che è l’amante della vita: creare. Questo verbo biblico che genera vita può essere concretizzato oggi mediante le seguenti azioni quotidiane: fare meno rifiuti, riciclare e riutilizzare le cose, impegnarsi per un consumo responsabile e sostenibile favorendo le filiere etiche, risparmiare a livello energetico ed avere una giusta misura e moderazione nell’utilizzo delle risorse naturali; far rinascere le relazioni tra tutti gli esseri viventi, a partire dalle relazioni umane; aver cura e rispetto di “nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba” come affermò S. Francesco D’Assisi nel suo splendido Cantico delle Creature. Queste pratiche come tante altre fanno parte dell’impegno biblico del custodire. Ma creare significa anche impegnarsi per avere sempre più delle tecnologie che ci aiutano ad avere energie pulite e rinnovabili, una mobilità sostenibile, una bioedilizia, una agricoltura naturale (biologica, biodinamica…), nuove tecnologie di comunicazione che siano davvero a servizio della valorizzazione delle relazioni umane senza sostituirsi ad esse nel compensarle. Questi impegni e tanti altri concretizzano l’altro impegno biblico di coltivare nel rendere questo Creato ancora più bello. Ecco la via che ci conduce a creare vita in abbondanza per tutti gli esseri viventi e per tutte le generazioni, così come Dio ha fatto e vuole continuare a fare Dio attraverso di noi.

Mentre la seconda strada, quella del diavolo che brucia, significa distruggere la vita non solamente umana ma di tutto il Creato. E lo facciamo ogni volta che produciamo sempre più rifiuti per poi bruciarli, oppure li seppelliamo nel cuore della terra, inquinando falde acquifere e aree geografiche. Siamo il braccio del diavolo anche quando consumiamo in maniera sfrenata, favorendo filiere che inquinano l’ambiente, che sfruttano la manodopera e violano i diritti lavorativi, fino allo sfruttamento infantile. Ma anche quando cementifichiamo sempre più in maniera selvaggia e speculativa. Come pure quando mercifichiamo le relazioni umane, distruggendo la gratuità e il dono della reciprocità, suicidandoci mediante la solitudine provocata dalla miseria relazionale. Da queste e tante altre azioni che bruciano e distruggono la vita, lasciamo solamente cenere, e oggi polveri tossiche che generano il cancro della vita umana e cosmica. Il diavolo ci conduce sulla strada non solamente del genocidio ma anche del geocidio.

Faccio appello a tutti gli uomini e donne di buona volontà ad impegnarsi, in questo mese della custodia del Creato, per non essere più il braccio del diavolo che brucia e distrugge perfidamente lasciando solamente ceneri tossiche e scheletri addirittura non più biodegradabili; ma poter diventare sempre più e meglio la mano di Dio che crea, ricicla, trasforma infinitamente per generare vita in abbondanza e un futuro col profumo dell’amore.

Padova 8 novembre 2013

 padre don Adriano Sella

(Missionario del Creato e Coordinatore della Commissione diocesana Nuovi Stili di Vita)

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La profezia del silenzio

La profezia del silenzio

Se nella nostra società «l’uomo è diventato un’appendice del rumore» (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito definiva i propri simili come «incapaci di ascoltare e di parlare»: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo tornati indietro di secoli. Abbiamo bisogno di una pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente.

La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. «La preghiera – ha detto il Savonarola, che pur di discorsi appassionati ben si intendeva – ha per padre il silenzio e per madre la solitudine». Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di presenza all’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole.

Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Ora, «quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio» (Susan Sontag). Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista prettamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio.

Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò «la voce di un silenzio sottile» (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è «la Parola che procede dal silenzio». Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale. «Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali» (Dietrich Bonhoeffer).

Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, disciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro.


Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. «Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta», aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente.

Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l’unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica come per quella filosofica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona intera.

Proviamo allora a ricavare nel ritmo del nostro vivere un tempo per ascoltare il silenzio: riusciremo a cogliere gli sforzi compiuti per crearlo e custodirlo, a discernere i suoni impercettibili della presenza di altre creature accanto a noi, a comprendere il non-detto che abita la gran quantità di parole, ad avere intelligenza di quanto accade – cioè, letteralmente, a “leggere dentro” gli eventi – e, finalmente, anche ad ascoltare meglio noi stessi e gli altri quando parlano al nostro cuore e alla nostra mente, e non solo ai nostri orecchi.


Enzo Bianchi

(priore di Bose)

(articolo tratto da avvenire.it )

 

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Dal digiuno straordinario al consumo responsabile ordinario

Dal digiuno straordinario al consumo responsabile ordinario

per custodire il nostro territorio

 

La scelta straordinaria di don Albino dei Beati i Costruttori di Pace, di mettere in atto il digiuno per richiamare l’attenzione della popolazione e delle autorità alla questione ambientale del nostro territorio, è una scelta davvero coraggiosa con una bella testimonianza. Dobbiamo ringraziarlo per il coraggio e per aver suscitato confronto, dibattito e unione di forze attorno alla questione del territorio del Veneto, fortemente a rischio a causa di varie grandi opere volute dall’economia del profitto.

Questa azione rimane, tuttavia, straordinaria sia perché pochi la possono mettere in atto e sia perché il digiuno (sciopero della fame) è uno strumento da utilizzarsi in caso di urgenza e di emergenza.

Da questa forma straordinaria bisogna passare ad una azione ordinaria: possibile a tutti i cittadini e concreta nella propria vita quotidiana. La possiamo individuare nell’impegno del consumo responsabile, critico e solidale che può essere messo in atto ogni giorno, quando compriamo cioè nell’andare a fare la spesa.

Ecco una proposta quotidiana che risponde alla domanda che mi hanno fatto varie persone in questi giorni: “Noi cosa possiamo fare per custodire il nostro territorio?”.

La prima domanda da farsi è: dove andiamo fare la spesa? La scelta di andare nei grandi centri commerciali, oppure negli ipermercati, non è la stessa cosa come quando si va a fare la spesa nei negozi o direttamente dai produttori, come fanno i gruppi di acquisto solidale (G.A.S.). La prima significa sostenere l’economia dei colossi e delle grandi multinazionali che sono i responsabili delle grandi opere che vogliamo realizzare oggi, distruggendo tutto il tessuto socio-culturale e umano di un territorio. La seconda scelta significa promuovere un’economia alternativa, sostenendo tutti i piccoli e medi negozi che riescono ad occupare molta più gente a livello lavorativo e che sono il tessuto di relazioni sociali e umane dei nostri paesi, oppure organizzandosi e andare direttamente dai produttori per sostenere il loro lavoro e il loro impegno di produrre nel pieno rispetto dell’ambiente.

Vandana Shiva, scienziata, economista e ambientalista indiana, denunciava fortemente come il grande colosso della Coca-Cola si era appropriata dell’acqua di una regione dell’India prosciugando le falde acquifere della zona nel giro di soli due anni, costringendo migliaia di donne a fare centinaia di chilometri per andare a provvisionarsi di acqua. È bene prendere coscienza, che questa azione distruttrice della multinazionale viene sostenuta da chi fa uso dei suoi prodotti e non ha il coraggio di fare una scelta alternativa.

La seconda domanda da farsi è: di chi sono i prodotti che compriamo? Comprare prodotti di grandi imprese che sono responsabili dell’inquinamento dell’ambiente, non è la stessa cosa acquistare prodotti della filiera che ha una grande attenzione verso l’agricoltura naturale e biologica. La prima filiera di produzione è altamente distruttrice dell’ambiente perché fa uso di molti diserbanti, pesticidi e agro tossici; mentre la seconda è molto attenta al rispetto della natura e del territorio. La scelta della filiera etica di produzione è molto importante: per poter rispettare l’ambiente, pagare un prezzo giusto ai produttori e rispettare i diritti dei lavoratori, così come fa il commercio equo e solidale.

Come scrisse l’economista Leonardo Becchetti, noi cittadini come consumatori abbiamo il “voto nel portafoglio”. È vero, ogni volta che compriamo votiamo col nostro portafoglio. Questo è un potere enorme nelle mani dei cittadini. Lo sappiamo utilizzare? Ed è uno strumento quotidiano che ci pone davanti ad un bivio: continuare a sostenere l’attuale economia di profitto, nelle mani delle multinazionali (pensiamo al business mondiale del cibo che viene gestito da un pugno di transnazionali); oppure promuovere un’economia alternativa, quella etica, che mette al centro l’umanità e la terra, con una grande attenzione all’ambiente, offrendoci inoltre prodotti di qualità che ci fanno bene alla salute.

Qui sta l’azione quotidiana che ci permette di indebolire, minando dal basso, il potere dei grandi colossi economici che oggi vogliono usare il territorio veneto, cementificandolo enormemente e realizzando una lunga lista di grandi opere. Dobbiamo ricordare che dietro a questi grandi gruppi c’è la finanza speculativa, come pure, spesso, anche la corruzione.

Per far capire meglio questo potere del cittadino come consumatore, voglio ricordare che è stata sufficiente la riduzione dei consumi di appena 3 o 4% per mettere in ginocchio grandi multinazionali, come la Coca-Cola, dimostrandosi poi disponibili a discutere.  Recentemente,  l’azione di una percentuale non rilevante di cittadini del nostro territorio che hanno fatto la scelta di non andare a fare la spesa alla domenica nei grandi centri commerciali, per poter vivere la domenica delle 3 erre (relazioni, riposo e Risorto), ha contagiato la grande catena di supermercati Famila, del colosso Gdo,  facendo la scelta di non aprire più alla domenica, mossi dalla convenienza economica ma riscoprendo pure l’etica nel rispettare il diritto del riposo domenicale dei propri lavoratori e nel rispetto dell’ambiente.

Questa azione quotidiana, possibile a tutti, deve essere vissuta a tre livelli: personale mediante una spesa giusta, etica e solidale; comunitario nell’organizzarsi come cittadini, così come fanno i gruppi di acquisto solidale o i distretti di economia solidale; istituzionale con l’impegno politico  e di fare pressione alle istituzioni locali, regionali e nazionali, così come fanno i tanti comitati e presidi per la difesa del territorio.

Credo sempre più, che questo sia lo strumento potente, non violento e quotidiano che tutti possono e devono utilizzare per custodire il proprio territorio: il consumo responsabile e la finanza etica.

 

Tramonte (Padova) 27/08/2013

Adriano Sella

(missionario del Creato e coordinatore della Commissione diocesana Nuovi Stili di Vita)

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Le tre esse dei nuovi stili di vita (le 3 saluti)

3 esse

Le 3 esse dei nuovi stili di vita:

più salute per se stessi, più salute per l’ambiente e più salute per il proprio portafoglio.

 Le prassi messe in atto dai nuovi stili di vita conducono a tre grandi benefici e vantaggi:

  1. Più salute per se stessi: i nuovi stili di vita creano un beneficio alla propria vita personale, perché recuperano la lentezza superando la frenesia quotidiana e lo stress che sono le cause di piccoli e grandi malesseri e malattie; arricchiscono la vita di relazioni umane dando gusto e sapore al vivere; aumentano il livello culturale promuovendo lo slancio del pensiero e superando ogni forma di schiavismo e sudditanza, fanno diventare più responsabili e solidali riscattando e valorizzando la propria umanità.

  2. Più salute all’ambiente: i nuovi stili di vita provocano un minore impatto ambientale e generano una maggiore sostenibilità ambientale, perché inquinano meno l’ambiente; valorizzano le piccole e grandi potenzialità di madre terra; recuperano un rapporto amichevole e rispettoso dei ritmi della natura senza violentarli; rendono più pulito il mondo e quindi il nostro habitat; ridanno alla terra la possibilità di produrre in maniera naturale e integrale.

  3. Più salute al portafoglio (alla propria economia): i nuovi stili di vita generano un risparmio a vari livelli permettendo di recuperare risorse economiche invece di sperperarle; tutti questi risparmi possono diventare degli investimenti in settori importanti della vita, come quello di prodotti di qualità, oppure nel settore culturale, ludico, relazionale; permettendo anche di ridurre l’orario lavorativo per poter guadagnare ore libere.

Questi sono i tre grandi frutti dei nuovi stili di vita: le 3 saluti. In conclusione, significa recuperare una vita di qualità e non di quantità, una vita basata non più sul PIL (Prodotto interno lordo) ma sul FIL (Felicità interna lorda), oppure sul BES (Benessere equo e sostenibile) come sostiene il Cnel e l’Istat.

Per dare un volto concreto a queste tre saluti, voglio presentare 4 esempi, uno per ogni nuovo rapporto (con le cose, con le persone, con la natura e con la mondialità), in modo da aiutare a scoprire i tre benefici, prendendo maggiormente coscienza di quanto è importante cambiare stili di vita.

  • Una alimentazione sostenibile, mediante un consumo responsabile, promuove frutta e verdura di stagione, la filiera corta a km.0, come pure l’autoproduzione. Si tratta di prodotti che sono di qualità e che fanno bene alla salute, mediante l’agricoltura biologica che rispetta la natura, generando più salute all’ambiente e dando un risparmio perché si compera direttamente dal produttore senza tanti passaggi, oppure a spese molto ridotte mediante la propria produzione.

  • La mobilità sostenibile, che stimola a mettere in moto i piedi, usare la bicicletta e i mezzi pubblici, con un uso intelligente dell’automobile, genera più salute alla persona perché si cammina di più e si usa la bicicletta, altrimenti si è costretti ad andare in palestra e fare la cyclette o il tapis roulant. Inoltre, inquina meno l’ambiente perché l’impatto ambientale è molto ridotto e crea risparmio al portafoglio perché si spende meno al distributore nel consumare meno combustibile.

  • Una vita ricca di relazioni, a partire dal saluto che è il ponte delle relazione fino al recupero del silenzio che è la profondità della relazione, genera un alto beneficio alla salute perché le relazioni sono l’ossigeno della vita, rinnovando e rafforzando i rapporti con i vicini di casa senza fare tanti chilometri e quindi riducendo l’impatto ambientale, promuovendo lo scambio di saperi e di servizi per saper mettere in atto stili di vita che custodiscano l’ambiente e che generano risparmi sul portafoglio.

  • La convivialità delle differenze, mediante l’incontro con popoli che hanno usi, costumi e culture differenti, promuovono un mondo di pace, dove i popoli sappiano convivere insieme nelle diversità. La pace è la pienezza della salute per ogni persona umana, ma è anche una dimensione fondamentale per un giusto rapporto con l’ambiente senza più sfruttarlo e inquinarlo. La convivialità delle differenze suscitano scambi culturali a vari livelli, come il turismo solidale dove l’accoglienza avviene nelle case della gente, oppure mediante forme alternative nell’organizzare i viaggi che generano la possibilità di visitare i paesi con costi ridotti.

Con altre parole, le tre saluti generano una vita che ha come paradigma il Ben Vivere per tutti, e non più il vivere meglio di alcuni che genera l’altra faccia del vivere peggio di molti.

 Padova 27 giugno 2013

Adriano Sella

(discepolo e missionario dei nuovi stili di vita)

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Un Dio a Km. 0 è il Padre di Gesù

abbraccio del Padrekm zero

Un Dio a km. 0  è  il Padre di Gesù Cristo

Matteo era un uomo molto impegnato nella sua vita ed aveva tutto. Tuttavia, egli sentiva dentro di sé una nostalgia verso qualcosa che andava ben oltre alla propria esistenza. Non soddisfatto di tutto quello che possedeva, un giorno si mise a cercare Dio perché lo voleva incontrare a tutti i costi, poiché la voglia di assoluto era cresciuta enormemente dentro la sua anima.

Matteo intraprese varie strade alla ricerca di Dio. Salì su diversi pullman che andavano verso vari santuari, mescolandosi tra i pellegrini. Visitò varie cattedrali molto frequentate da credenti. Iniziò, come tanti altri, a raggiungere i luoghi delle apparizioni della Madonna. Partecipò a grandi celebrazioni dove c’erano moltitudini di fedeli. Diventò pellegrino in Terra Santa, nei luoghi di Gesù. Infine, trascorse dei periodi in vari monasteri sparsi nel vecchio continente, come pure nell’oriente del buddismo. Ma dopo le prime fasi di emozioni anche profonde, percepì che non aveva incontrato Dio, anche se aveva fatto tanti e tanti chilometri ed aveva vissute varie esperienze religiose.

Matteo, data l’età avanzata, non aveva più le forze per cercarlo in altri posti sperduti in questo pianeta terra. E allora, rassegnandosi ritornò alla sua vita privata nella sua casetta, dove la malattia gli fece visita. Un giorno sentì bussare alla porta e si chiese chi potesse essere, visto che lui non aveva amici e le ultime visite erano accadute molti anni prima. Aprì la porta e si trovò davanti i vicini di casa, i quali gli chiesero se aveva bisogno di aiuto, poiché non vedendolo uscire di casa erano molto preoccupati e gli porsero le loro mani solidali. Matteo accettò volentieri perché aveva davvero bisogno di aiuto e si lasciò accudire dall’amore dei vicini di casa, i quali ogni giorno cominciarono a visitarlo offrendo la loro solidarietà e la loro vicinanza. Questo amore dei vicini di casa lo fecero emozionare tanto, fino a piangere, sentendo dentro di sì un calore umano che lo sedava per la prima volta da quella nostalgia dell’assoluto.

Allora, rientrato in sé, ripercorse tutte le migliaia di chilometri fatti per cercare Dio e si accorse che l’aveva trovato lì, dentro la sua casa, e che si era manifestato mediante l’amore dei vicini di casa.

È quello che, in maniera sublime, ci rivela l’evangelista Giovanni: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv. 14,23). Nel capitolo precedente, Gesù ci rivela qual è la condizione essenziale per essere cristiani, e lo fa nel contesto dell’ultima cena, dopo la lavanda dei piedi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri“(Gv. 13,34-35).

Ecco qual è il comandamento nuovo: amare come ha fatto Gesù mediante la lavanda dei piedi, ossia attraverso il servizio. Questo è il distintivo del cristiano e questa è la condizione essenziale per incontrarsi con Dio, anzi è il Padre stesso che prenderà dimora presso di noi.

Il biblista Alberto Maggi, commentando il capitolo 14 del Vangelo, scrisse: “Nell’Esodo Dio aveva posto la sua dimora in una tenda in mezzo al popolo, e camminava con esso guidandolo verso la libertà. Poi Dio venne come sequestrato dalla casta sacerdotale e relegato in un tempio dove non a tutti era possibile l’accesso, alcuni erano esclusi e quelli che erano ammessi lo erano soltanto a determinate condizioni, con determinati cerimoniali e soprattutto attraverso il pagamento di tributi e offerte. Con Gesù Dio ha abbandonato definitivamente il tempio e, come ha scritto Giovanni all’inizio del suo vangelo, ‘ha posto la sua tenda fra noi’. È iniziato un nuovo Esodo, cioè un cammino nuovo di liberazione dove ogni discepolo del Cristo diventa la sua dimora divina”.

Per cui, la nuova dimora di Dio siamo noi che diventiamo il suo santuario. Il Dio di Gesù Cristo non è quindi una realtà esterna e lontana dall’essere umano ma è dentro di noi e ha un nome: Padre. La nostra relazione con Dio diventa quindi da figlio e non più da servo. E lo possiamo incontrare, ci rivela l’evangelista Matteo, soprattutto nel povero e nell’emarginato: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi … tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt.25,35-36).

Il Padre di Gesù è davvero un Dio a kilometro zero, poiché Egli vive in noi e lo possiamo incontrare nell’altro.

E allora, perché lo cerchiamo lontano facendo molti chilometri?

Tramonte – Padova, 20 maggio 2013

Adriano Sella

(missionario e discepolo di Gesù Cristo)

e-mail: adrianosella@virgilio.it

sito: www.contemplazionemissione.wordpress.com

skype: adrigocce

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Celebrare il tempo

Celebrare il tempo che è il cuore dell’esistenza

La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell’uomo. È un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell’esistenza, cioè il tempo.

Nella civiltà tecnica, noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio. Accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro principale obiettivo.

Tuttavia, avere di più non significa essere di più: il potere che noi conseguiamo sullo spazio termina bruscamente sulla linea di confine del tempo: e il tempo è il cuore dell’esistenza.

Il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo. Esiste un regno del tempo in cui la meta non è l’avere ma l’essere, non l’essere in credito, ma il dare, non il controllare ma il condividere, non il sottomettere ma l’essere in armonia.(…)

Vendendosi alla schiavitù delle cose, l’uomo diventa un utensile che si infrange alla fonte.

Il SABATO (il giorno di festa) è fatto per celebrare il tempo, non lo spazio.

Per sei giorni alla settimana noi viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il Sabato ci mette in sintonia con la santità del tempo; in questo giorno siamo chiamati (…) a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione.

Abraham Joshua Heschel, il Sabato, 1951

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Il potere dei segni e non i segni del potere: la Chiesa del Grembiule

cerchio di mani 

Non i segni del potere ma il potere dei segni:

per una Chiesa del grembiule.

Ecco come si è presentato il vescovo di Roma: papa Francesco.

Che segni di speranza posti dal nuovo vescovo di Roma, papa Francesco, all’inizio della sua missione come pastore della Chiesa cattolica!

Non ha voluto indossare da subito la mantellina di rosso porpora che è un segno del potere monarchico, ma solamente l’abito bianco con le sue scarpe nere e non quelle rosse da pontefice. Si è rivolto subito alla gente con il saluto popolare “buona sera”, come pure alla fine del discorso “buona notte e buon riposo”. Si è inchinato di fronte alla gente chiedendo di invocare la benedizione di Dio su di lui come vescovo di Roma, invitando al silenzio. Ha fatto pregare la folla con le preghiere semplici dei fedeli. Ha usato un linguaggio pastorale riportando il pontificato al suo alveo pastorale: vescovo di Roma che è la chiesa che presiede la comunione tra le chiese. Ha dato così un’apertura ecumenica perché non ha mai usato il nome di papa, sottolineando il cammino da farsi insieme come vescovo e popolo, recuperando la categoria tanto cara al Concilio Vaticano II “il popolo di Dio”. Riferendosi al conclave e ai cardinali non ha usato il termine “signori” ma “fratelli cardinali”. Per tornare a Santa Marta, la sera dell’elezione, non ha voluto usare l’auto blu del vaticano ma ha preferito accomodarsi nell’autobus dei cardinali.

Quanti altri nuovi gesti nei giorni successivi! Il giorno dopo è andato a pregare ai piedi di Maria, la madre del Signore, e a prendersi le valige, lasciate nella casa del clero dove aveva alloggiato prima di entrare nel conclave, chiedendo di pagare il conto. Per i pasti, nella casa di S. Marta, dove risiedeva ancora insieme a tutti i cardinali, si sedeva dove trovava posto nei tavoli tra i fratelli cardinali. Dalla finestra dell’appartamento, durante il primo Angelus, ha augurato buon pranzo. E così, tanti altri segni di sobrietà.

Sono tutte scelte che dicono un nuovo stile di essere papa sulla base della semplicità, povertà ed essenzialità della vita, così come lo richiede il Vangelo.

Questi piccoli ma grandi gesti hanno toccato profondamente la gente, in maniera tale che tutti ne parlano con stupore, cogliendone la portata di novità e di cambiamento sulla scia del grande poverello di Assisi. Ecco, perché ha scelto il nome di Francesco, come lui ci ha comunicato con l’impegno di non dimenticarsi dei poveri.

Ci troviamo di fronte alla forza enorme che hanno i segni di semplicità, di bontà, di povertà e di tenerezza. Infatti, è impressionante sentire quanta gente è rimasta toccata da questi gesti, suscitando tanta speranza. I mass media li raccontano ed evidenziano in maniera sorprendente.

Siamo di fronte alla realtà che aveva profetizzato il grande vescovo Tonino Bello quando affermava che la Chiesa deve far proprio il potere dei segni e non adottare i segni del potere: “Ecco perché non dobbiamo più avere i segni del potere ma il potere dei segni! Non per smania di originalità, ma solo e soltanto per esigenza evangelica!”.

Questi segni nuovi del nuovo vescovo di Roma, papa Francesco, rivelano, senza dubbio, che siamo di fronte a dei segni dei tempi che la nostra Chiesa deve interpretare e mettere in atto come Nuovi Stili di Chiesa, potendo così realizzare il sogno di Tonino Bello: la Chiesa del grembiule e non più la Chiesa del potere.

Tramonte (Padova), 17 marzo 2013

Adriano Sella

(missionario e discepolo di Gesù Cristo)

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