Articoli e brani

Su questa pagina puoi trovare tutti i miei brani dal 2010 al 2012

Anno 2012

No all’Economia Verde – Sì alla Giustizia Ambientale

Appello forte e critico dalla Cupola dos Povos al Vertice dell’ONU durante Rio+20

Rio +20 oppure Rio-20? Il fallimento del Summit dell’ONU sullo sviluppo sostenibile ha posto questo dubbio. Infatti, il documento finale sottoscritto dai governi contiene solamente principi generali, senza volutamente definire mete e obiettivi comuni. Si tratta del flop del multilateralismo, lasciando spazio solamente al bilateralismo come vogliono gli Stati Uniti. Insomma, l’ONU non riesce a svolgere una governance mondiale, per poter orientare e obbligare i vari paesi del mondo ad intraprendere insieme dei percorsi importanti per il bene dei popoli e del loro habitat che è il pianeta terra.

Ho potuto partecipare ai due Vertici di Rio+20: quello convocato dall’ONU sullo sviluppo sostenibile con la  partecipazione di rappresentanti di varie organizzazioni non governative, di entità civili e politiche, e delle numerose delegazioni dei governi del mondo; e l’altro parallelo, chiamato Cupula dos Povos, organizzato dalla società civile organizzata con la numerosa partecipazione di movimenti di giovani, di donne, di indigeni, di piccoli agricoltori e contadini, di afrodiscendenti, di cittadini e di cittadine del mondo. Dal secondo summit ho potuto raccogliere una critica forte alla green economy, sostenuta da quello ufficiale dell’ONU, proponendo invece la giustizia ambientale.

Il vertice dei Popoli ha dichiarato che l’economia verde è il lifting del capitalismo, voluto dall’attuale sistema per dare un volto verde al capitalismo ma senza la volontà di rivedere lo sviluppo vigente e di cambiarlo a livello strutturale. “La cosiddetta economia verde è una delle espressione dell’attuale fase finanziaria del capitalismo, caratterizzata dall’utilizzo di meccanismi vecchi e nuovi, come l’aumento dell’indebitamento pubblico-privato, la spinta eccessiva ai consumi, l’appropriazione e la concentrazione nelle mani di pochi di nuove tecnologie, i mercati del carbonio e della biodiversità, l’accaparramento di terre spesso da parte di stranieri, i partenariati pubblico-privato” ha dichiarato il documento finale del vertice del Popoli.

Mi è sembrata una critica molto giusta perché la cosiddetta green economy, come la stanno impostando i detentori di questa economia dominata dalla finanza, vuole solamente sostituire i prodotti convenzionali con i prodotti biologici,  passare alle energie pulite gestite dai grandi gruppi industriali. Con altre parole, passare in tutto al bio ma senza cambiare le regole e le strutture di questo sistema che ha tutto l’interesse di continuare con l’attuale consumismo. Oggi con prodotti bio, con energie rinnovabili e con meccanismi sostenibili. Tutto questo sostenuto dalla finanza speculativa, senza toccare minimamente il cuore del sistema che sta distruggendo il pianeta con i suoi popoli. Insomma, non c’è la minima volontà di fare una profonda revisione di questo sistema di sviluppo per impegnarsi a superarlo.

Ecco, quindi, l’alternativa necessaria, possibile e urgente, secondo la Cupula dos Povos: la giustizia ambientale e non l’economia verde. Bisogna imparare a fare insieme giustizia sociale e giustizia ambientale, hanno sottolineato i vari popoli riuniti nel controvertice di Rio +20. Sono le due facce della giustizia, senza l’una diventa impossibile l’altra. Infatti, stiamo percependo sempre di più che inquinando e distruggendo la natura significa compromettere seriamente la vita dell’umanità e condurre alla morte il pianeta con tutti i suoi abitanti, umani e non. “La difesa dei beni comuni passa per la salvaguardia di una serie di diritti degli essere umani e della natura, per la solidarietà e il rispetto nei confronti della cosmovisione e delle credenze dei diversi popoli, come, ad esempio, il “Buen Vivir”, inteso come forma di esistenza in armonia con la natura, che presuppone la costruzione di una transizione giusta da parte dei popoli e dei lavoratori e delle lavoratrici” ha sottoscritto l’assemblea dei popoli.

È urgente cambiare il paradigma della vita planetaria, perché l’attuale è intriso di una preoccupante logica di oppressione e violenza nei confronti dell’Umanità, la stessa che conduce poi allo sfruttamento e all’inquinamento di Madre Terra. Tutto questo accade perché l’attuale paradigma è fondato sul profitto e gestito unicamente dal denaro, oggi mediante l’espressione della finanza speculativa. Il nuovo paradigma deve essere basato sul Bene Vivere e deve essere gestito dalla Madre Terra, la quale ci insegna lo scambio e la condivisione come forme di gratitudine ma anche di compensazione economica.

Stiamo sognando? No, perché ce l’ha insegnato uno che è apparso sulla terra più di duemila anni fa e che ci dichiarò di essere molto unito a Dio da essere addirittura suo figlio, anche se era nato povero e veniva da un paese che non contava nulla: Gesù di Nazaret.

Ma è anche quello che i popoli della terra credono, vogliono e s’impegnano a fare sempre più, mediante tutte le lotte dei tanti cittadini e cittadine del mondo che sono stanchi di vedere come viene trattato questo pianeta e i suoi abitanti, soprattutto da chi ha il dovere di guidare le nazioni e da chi si è appropriato illegittimamente, come le imprese transnazionali, il diritto di cliccare il futuro del pianeta.

In piedi, continuiamo a lottare! É il titolo del documento finale del Vertice dei Popoli ed è anche l’impegno che ci condurrà al Futuro che Vogliamo, che era il grande tema del Vertice dell’ONU. Insomma, Rio+20 ha confermato, ancora una volta, che l’unico cambiamento possibile non viene dall’alto, ma dal basso.

In piedi, continuiamo a lottare per il futuro che vogliamo! Allora sì potremo affermare Rio+20.

Padova 2 luglio 2012

 

 

Anno 2011

Cari Vescovi della nostra amata Chiesta italiana,

 

vari clamori di sofferenza e di profondo dolore emergono sempre più dalla nostra gente.  Ne raccolgo solamente alcuni  degli ultimi del 2010: Giovanni, un giovane padovano che si è suicidato nel giorno del suo 19° compleanno. Chi lo conosceva ha rivelato che era sempre triste e parlava poco. Si tratta di uno dei vari suicidi di giovani che stanno accadendo  nel nostro ricco Veneto. I giovani universitari che protestano da diversi mesi per poter avere un futuro migliore. La risposta è stata solo manganellate per poter zittire il loro clamore, “chiedevamo il futuro e ci hanno riempito di botte” hanno amaramente dichiarato. I pastori sardi che protestano da mesi perché come piccoli produttori non ce la fanno più.  Durante il viaggio a Roma, sono stati fermati e manganellati anche loro: “padri di famiglia trattati come dei criminali, con un atteggiamento che non ha precedenti. È semplicemente vergognoso”, ha dichiarato il leader del movimento.

E noi come  Chiesa cosa facciamo di fronte a questi tanti profondi clamori della nostra gente? Benedetto XVI ha sottolineato che bisogna fare una profonda revisione di questo sistema di sviluppo. Infatti, un aspetto di questo sistema che mi preoccupa molto è il continuo dilagare del consumismo, diventato già, secondo i sociologi, iperconsumismo o addirittura “consumerismo” secondo qualche autore. Ossia, tutta la vita della gente gira e deve ruotare attorno alle cose, facendo accumulare una tale quantità di oggetti da costringere le persone a consumare anche tutto il proprio tempo disponibile per stare dietro alle migliaia di cose che deve possedere. Chi non accetta questa induzione ai bisogni viene dichiarato un consumatore difettoso e costretto a ricorrere al credito al consumo pur di soddisfare ogni bisogno indotto. E tutto questo sta spingendo la gente a non avere più tempo, diventando vittime dell’ora e continuamente in preda della frenesia e dello stress della vita quotidiana.

Questo sistema genera conseguenze che sono veramente deleterie e devastante sulla vita umana:

  • la cultura dell’usa e getta: tutto sta diventando un usa e getta, ma non solamente le cose, anche le persone, gli affetti, le relazioni, la natura, e perfino Dio si usa e si getta;

  • la mercificazione di tutto mediante il potere del denaro: non solamente si comprano le cose, ma anche gli affetti, gli amori, i beni naturali (oggi l’acqua),  i voti ma anche i parlamentari, le coscienze delle persone, e perfino Dio comprato per avere la grazia;

  • la perdita delle relazioni umane generando una povertà relazionale che è il vero cancro dell’occidente, lasciando un tale malessere e disagio da condurre le persone alla depressione e fino al suicidio.

Come si fa a continuare a sostenere questo sistema di sviluppo? Il quale impone la convinzione e la credenza che i beni fondamentali ed essenziali della vita sono le cose e non quelli relazionali, riuscendo a distruggere anche le relazioni famigliari che erano rimaste le sole a resistere nel tenere insieme le persone, soprattutto tra i genitori e i figli. Dobbiamo aver il coraggio di dire forte che l’iperconsumismo conduce, come sostengono alcuni sociologi, alla assuefazione delle cose fino alla noia, perché, come sostengono gli economisti dell’economia di felicità, sono i beni relazionali che generano felicità e non le cose che  hanno solo un valore di utilità per la vita dignitosa. Sono le relazioni umane che sono essenziali per la vita, così come ci hanno svelate le scienze umane sottolineando che ogni essere umano è un essere relazionale e non può vivere senza relazioni umane.

Dopo questo approfondimento, forse si  riesce a comprendere meglio la sofferenza e il dolore profondo delle persone che sono arrivate fino al suicidio. Come pure, quanto sono importanti e profetici gli impegni di lotta dei giovani universitari e dei pastori sardi, i quali sentono come questo sistema sta rubando il loro futuro e li sta infangando in sotterranei bui della vita.

Questo sistema che bisogna revisionare e cambiare urgentemente ha un volto e hai dei nomi, anche se si presenta volutamente invisibile, nascondendosi dietro a tanti prestanome. Infatti, una certa politica, sottomessa e sostenuta dal potere economico-finanziario e soprattutto da quello mediatico, ha una grande e molto grave responsabilità, ancora di più quando a guidarla è uno che concentra nelle proprie mani i vari poteri, facendo della politica la mera serva del potere economico e mediatico. Allora, il cerchio si chiude: tutto diventa merce e tutto viene venduto e comprato dal dio denaro, sacrificando anche i giovani e i piccoli produttori che non vogliono più piegarsi di fronte a questo idolo contemporaneo. Siamo di fronte all’idolatria del denaro e ad un ateismo, non più teorico come quello denunciato nei confronti del comunismo, ma ad uno pratico che potrebbe rivelarsi ancora peggiore. Come sostenne una suora polacca, dopo la caduta del muro di Berlino, dichiarando che nel futuro ci accorgeremo che il vero nemico della Chiesa non sarà tanto il socialismo sovietico ma il capitalismo con il suo dilagare di consumismo. Sguardo questo lungimirante di donna, come quello di Maria durante le nozze di Cana.

Cari pastori della Chiesa italiana, ci rendiamo conto quanto sia diabolico questo sistema che sta mettendo in croce la nostra gente? Questi sono i crocefissi da proteggere e da liberare e non tanto quelli in legno appesi alle pareti.  Come sostenne il grande teologo, Bonhoeffer, nel tentativo di fermare il sistema nazista, anch’io ribadisco l’urgenza che, se un pazzo sulla strada lancia l’automobile sul marciapiede, noi come Chiesa non possiamo accontentarci solamente  di benedire i morti  e consolare le famiglie, ma abbiamo il dovere di fermare quel pazzo.

Cari vescovi, fratelli di cammino, vi chiedo più coraggio nel fermare questo pazzo sistema, altrimenti tanti, e sempre più,  saranno i funerali e i morti da benedire. E tanta e sempre più forte sarà la sofferenza della nostra gente.

Confido nella vostra chiamata a guidare il popolo di Dio verso la terra promessa e non verso un mondo di morti viventi, sommersi dalle montagne di cose e di rifiuti.

Che il “Dio con noi” susciti in tutta la nostra amata Chiesa il coraggio di allearsi sempre col Dio della Vita e mai con l’idolo dell’iperconsumismo!

Padova, 1 gennaio 2011

 Anno 2010

 

È tempo di nuovi stili di vita

per superare la nuova rassegnazione

Da molti anni è in atto una nuova rassegnazione che sta generando cittadini passivi e cristiani intimisti, ossia persone che non riescono più a credere che è possibile cambiare la realtà.

Nei secoli passati abbiamo avuto la vecchia rassegnazione, a livello religioso, diffusa dalla Chiesa. Bisognava aspettare la morte per poter vivere una vita migliore, veniva fatto credere. Nel frattempo c’era solo da accettare la realtà, rassegnandosi, sopportando e soffrendo perché si veniva ricompensati dopo questa vita terrena.

Nel nostro tempo è stato il capitalismo di stampo neoliberista che ha messo in piedi una forte rassegnazione, soprattutto mediante la compensazione fatta dalle tante cose, ossia dal consumismo che è già diventato, secondo diversi sociologi, un iperconsumismo. Mentre qualche autore l’ha definito addirittura “consumerismo”, ossia tutta la nostra vita gira attorno ai consumi.

È chiara la tattica: la troppa sazietà di cose crea sonnolenza, cercando di soddisfare  le esigenze profonde non con gli impegni umani ma mediante il surrogato degli oggetti. Ecco perché la gente viene condotta al centro commerciale che è diventata la cattedrale contemporanea, sempre più visitata soprattutto alla domenica.  

Tutto questo ci fa essere sempre più passivi e virtuali come cittadini e sempre più intimisti e spiritualisti come cristiani, incrociando le braccia e cercando percorsi fuori dalla realtà oppure in quella virtuale.

In questo modo il cerchio si chiude e il sistema ha vinto la sua partita, generando morti viventi oppure alieni, telecomandati dal genio economico e finanziario, diventando così funzionali all’idolatria del profitto che è il vero obiettivo del sistema.

Tuttavia, non tutti si lasciano anestetizzare ed ingessare da questo sistema, ma ci sono sempre più persone che hanno cominciato a reagire, ad indignarsi e ad alzarsi in piedi per mettere in atto nuovi percorsi di cambiamento, chiamati nuovi stili di vita.

Sono cittadini che vogliono essere protagonisti della loro vita, che non accettano più di lasciare al domani una vita migliore. Sono cristiani che vogliono recuperare il cristianesimo della trasformazione del mondo, del Vangelo che è una nuova notizia che si realizza a partire da oggi e non più solamente dopo la morte.

Questa realtà nuova si genera dal pensiero e dalla passione, mediante lo sposalizio tra la mente e il cuore.

Ecco perché bisogna fermarsi a pensare, darsi dei tempi in cui mettere in atto il potenziale del nostro cervello, esercitando la nostra peculiarità che è il pensare. Dimensione ormai difficile da realizzare perché ci hanno riempito la giornata di tante cose da fare (l’avevo definito anni fa  il consumismo del fare), per  non permetterci più di pensare.

Dobbiamo ammetterlo: chi pensa è pericoloso perché diventa un potenziale protagonista, rivoluzionario e inventore di una nuova vita.  

Chi pensa comincia ad indignarsi di fronte a quello che sta accadendo in mezzo a noi. Chi pensa si accorge dei meccanismi e sistemi perversi che vengono utilizzati per dominare l’umanità e il pianeta terra.

Chi pensa percepisce la speranza e la possibilità di cambiare la vita, senza più rassegnarsi e gettare la spugna.

Chi pensa intravede percorsi di cambiamenti che partono dal basso, ossia dalla propria vita quotidiana, riscattando così il protagonismo di ogni cittadino e la forza di ogni cristiano.

Inoltre, bisogna diventare amanti della vita. La passione è una dimensione che fa da motore al dinamismo della vita.

Chi ama cambia ed assume tanti nuovi modi per manifestare la gioia della vita,  facendo di tutto per poter vivere una nuova vita.

Chi è appassionato inventa tante possibilità e percorsi per poter manifestare il proprio amore che genera cambiamento.

È l’amante che non rimane fermo e passivo, ma mette in atto una tale creatività da far sfociare primavera in ogni prato della vita.

È l’innamorato che non si arrende di fronte alle difficoltà ma supera ogni ostacolo per poter raggiungere l’obiettivo dell’amore.

Ecco perché bisogna affilare l’arte sia del pensare che dell’amare, per poter generare tanti nuovi stili di vita.

Sono cambiamenti giornalieri, azioni quotidiane e scelte feriali di vita nuova che stanno bussando la porta di tante case e stanno entrando nella vita di tante persone.

I nuovi stili di vita riescono a sciogliere perfino quei cuori impietriti che avevano perso la speranza, recuperando il protagonismo anche dei più piccoli che non contavano niente, generando percorsi nuovi che nessuno avrebbe mai immaginato, promuovendo la cosiddetta rivoluzione silenziosa a partire dalla vita quotidiana e facendo credere che è possibile un’altra realtà.

È molto bello e gratificante vedere gli occhi illuminati di coloro che finalmente percepiscono le tante opportunità quotidiane di cambiare la vita, senza fare cose straordinarie ma mutando il feriale. Si tratta davvero di una grande rivoluzione, non solamente silenziosa ma anche antropologica perché agisce a livello di mente e di cuore, coinvolgendo la forza del pensiero e la passione che scaturiscono da chi ama la vita.

“Non sapevo di avere tante possibilità quotidiane per far qualcosa di nuovo”, “è stupendo prendere coscienza che posso fare molto nel mio giorno feriale”, “che bello conoscere percorsi nuovi di vita così vicini a noi e così possibili da mettere in pratica!”, sono alcune testimonianze di chi ha scoperto i nuovi stili di vita.

Si tratta di un cambiamento della storia umana che parte dal basso, valorizzando ogni persona, anche quella considerata inutile e scartata dalle logiche escludenti. Tutti hanno delle possibilità quotidiane di fare qualcosa. È il ripartire dagli ultimi, riscattando la forza dei poveri, come ha scritto in maniera eccellente il fondatore della teologia della liberazione, Gustavo Gutierrez.

Inoltre, l’impegno dei nuovi stili di vita non deve rimanere solamente al livello personale, deve raggiungere quello comunitario per poter mettere insieme, in forma di rete, tutte le persone impegnate, e sono tante, e tutti i gruppi che lottano per un futuro nuovo, e anche questi sono molti. Fino a raggiungere il livello istituzionale che è il più duro e difficile da cambiare, ma che è un livello molto importante perché è la politica che detiene il governo, decidendo le sorti della nostra gente e dei nostri popoli.

È possibile arrivare là, mediante il nostro impegno politico a partire dal basso, ossia costruendo un movimento che acquisisce potenza mediante la forza dell’unione, tale da contagiare anche le varie istituzioni. Siamo già riusciti a farlo nei confronti delle istituzioni vicine alla gente. Per esempio, oggi abbiamo molti comuni (vedi la rete comuni virtuosi, www.comunivirtuosi.org) e anche alcune regioni italiane che hanno già adottato nuovi stili di vita, perché sono stati contagiati da questo movimento dal basso.

E, quindi, è possibile cambiare anche le istituzioni, ma l’unica speranza viene dal basso, ossia dai nuovi stili di vita. Dall’alto non c’è speranza di cambiamento, come afferma anche il Vangelo nei confronti del cambiamento dei ricchi: “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mt 19,24).

Allora, non è più tempo di lamentarsi solamente, di conformarci al pensiero unico del sistema, di rassegnarsi di fronte al dilagare della cultura “consumerista”.

Ma è tempo di riprendere in mano la nostra vita, di riscattare il nostro protagonismo come cittadini del mondo, di impegno per la vera politica “polis”. Come cristiani, “è ormai tempo di svegliarci dal sonno”, come dichiara anche San Paolo (Rm 13,11) per promuovere percorsi alternativi capaci di generare vita per tutti e in abbondanza.

È tempo di nuovi stili di vita.

Padova 29  novembre 2010

Anno 2009

La sobrietà non è privazione ma liberazione

Tutti noi oggi siamo sommersi dalle tantissime cose che continuiamo ad accumulare e che assorbiscono tutto il nostro tempo, perché esse richiedono tutte le nostre ore quotidiane per poter comprarle, sistemarle, pulirle e metterle a posto.

È doveroso sottolineare che le cose, mediante il valore economico, ci hanno aiutato a liberarci dalla miseria del passato, quando eravamo poveri a livello economico a tal punto che la vita era diventata dura e disumana mettendo a rischio la dignità umana. In quel tempo, le cose sono state a nostro servizio per liberarci dalla miseria che creava molta sofferenza. La stessa che possiamo constatare oggi nel Sud del mondo.

Ma è altrettanto doveroso evidenziare che siamo cascati, oggi, nel lato opposto: abbiamo accumulato così tante cose che ci costringono ad essere noi al loro servizio, dedicando tutta la nostra giornata al lavoro per poter innalzare il nostro potere di acquisto in modo da riuscire a comprare il più possibile, anche quello che è veramente superfluo e dannoso. Anzi, il superfluo arriva nelle nostre teste, mediante la realtà mediatica, come necessario e per cui dobbiamo fare di tutto per poter averlo. In questo modo diventiamo funzionali al sistema che vuole che non pensiamo più, ma che diventiamo solamente dei tubi digerenti senza capacità critica.

È questo consumismo sfrenato che sta creando problemi seri e gravi alla nostra società di oggi. Innanzitutto, perché si tratta di un consumo che ci consuma perché alla fine della giornata, dopo aver corso tutto il giorno per soddisfare tutti i bisogni indotti dalle pubblicità, ci troviamo stanchi, sfiniti e svuotati. Ossia, consumati dai 10.000 oggetti che mediamente noi europei possediamo nelle nostre case (secondo un’indagine). E poi, tutto il nostro tempo viene assorbito dalla cose e quindi non abbiamo più tempo per le relazioni che sono i beni fondamentali della vita.

Allora, la sobrietà non deve essere intesa come privazione dalle cose, ma come liberazione da tutto quello che è superfluo e che ostacola la possibilità di vivere una vita felice.

La sobrietà non è ritornare ad una vita di austerità, ma costruire la qualità della vita che si basa non sulle cose che hanno un valore solamente di utilità, ma sulle relazioni umane che sono i veri beni essenziali della vita perché la persona umana è fatta di relazioni. Anzi è essenzialmente relazionale, questo significa che le relazioni sono l’ossigeno della vita, senza le quali la morte ci porterebbe via.

La sobrietà non è una vita di sacrificio, ma è la capacità di essenzializzare nel saper cogliere quali sono le dimensioni fondamentali di una vita felice, impostando la vita sull’essenziale e non sul marginale.

La sobrietà è la scuola che ci educa a saper distinguere le cose fondamentali e necessarie per la dignità umana da quelle che sono superflue e che sono generate da bisogni indotti.

È questa operazione etica che dobbiamo fare ogni giorno, perché in ogni momento siamo tempestati da messaggi, soprattutto pubblicitari, che ci condizionano e che ci conducono come delle marionette a comprare il più possibile.

L’abbiamo chiamata operazione zaino, cioè aver il coraggio di svuotare lo zaino della vita dove abbiamo inserito tante cose, proposte e dimensioni (a volte volutamente, altre volte in maniera condizionata o indotta) e iniziare il discernimento tra quelle che sono importanti e quelle che possiamo tranquillamente fare a meno. L’obiettivo di questa cernita è di riporre nello zaino quello che veramente è importante per la qualità della vita, ma anche il coraggio di gettare nel cestino tutto quello che viene considerato inutile e superfluo.

L’operazione zaino ci aiuta ad essenzializzare e a riportare la nostra vita sulla spiaggia della felicità e del gusto del vivere, liberandoci dallo stress quotidiano provocato dal continuo correre per soddisfare mille proposte oggi e altre mille domani.

La sobrietà è, infine, riscoprire l’essenziale della vita che sono i beni relazionali, i quali sono stati e vengono tuttora trascurati e non coltivati. Questa è la vera nostra povertà: quella relazionale e non quella economica. Infatti, in mezzo a noi c’è una povertà relazionale spaventosa che va dal bambino abbandonato davanti alla tv, al disagio giovanile, alla vita stressante e svuotante degli adulti, fino alla segregazione dei nostri anziani che vengono gettati nelle case di riposo oppure condannati alla solitudine.

Dobbiamo continuamente ricordarci che sono le relazioni umane i veri beni fondamentali della vita e per questo dobbiamo dedicarci tempo, per coltivarle e per custodirle come un grande tesoro. Questa sarà anche l’unica ricchezza che non riusciranno mai a portarci via, perché le relazioni umane sono carne della nostra carne. Ed è quindi una ricchezza che possiamo sempre, e in qualunque momento, riprendere dal baule della nostra vita e farla diventare realtà quotidiana.

La sobrietà è quindi liberazione e non più privazione. Per questo viene chiamata oggi sobrietà felice, oppure una nuova sobrietà, in modo da scrollarci di dosso quella concezione di sobrietà che ci parlava di austerità e di sacrificio.

E allora, liberiamoci da tutto quello che è superfluo e dannoso per riscoprire l’essenziale della vita: quello che dà senso e sapore al vivere quotidiano.

La sobrietà ci aiuterà a non cascare in quei pericoli dannosi che ha sottolineato il Dalai Lama quando gli hanno chiesto cosa l’aveva sorpreso di più dell’umanità: “Gli uomini: perché perdono la salute per fare soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute; perché pensano tanto ansiosamente al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente e né il futuro; perché vivono come se non dovessero morire mai e perché muoiono come se non avessero mai vissuto”.

 E allora, lasciamoci condurre dalla sobrietà felice che ci conduce ad una vita di qualità e di liberazione, raggiungendo finalmente nuovi stili di vita che ci fanno assaporare il gusto del vivere e che generano un altro mondo possibile.

Padova, 4 aprile 2009

 

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